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BORROMINI LA STORIA - FONDAZIONE ALESSANDRO RIGI LUPERTI

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BORROMINI LA STORIA

BORROMINI
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

Francesco Borromini, nato Francesco Castelli (Bissone, 27 settembre 1599 – Roma, 3 agosto 1667), è stato un architetto italiano operante quasi esclusivamente a Roma, tra i principali esponenti dell'architettura barocca.


Giovinezza e formazione
Francesco Castelli nacque il 27 settembre 1599 a Bissone, villaggio del canton Ticino sulle sponde del lago di Lugano, primogenito di quattro figli. Del padre, Giovanni Domenico, non si conosce molto, ma sappiamo che era un modesto architetto o capomastro al servizio dei Visconti a Milano; la madre, Anastasia Garove, proveniva invece da un'agiata famiglia impegnata nell'edilizia e imparentata alla lontana con Domenico Fontana, considerato in quel periodo il più prestigioso architetto del mondo occidentale.
Il cognome originario di Francesco, dunque, non era Borromini, bensì Castelli; avrebbe iniziato a firmarsi abitualmente come «Borromini» dal 1628, così da distinguersi dalle diverse maestranze edili romane che si chiamavano Castelli. «Borromini», in ogni caso, era un cognome che già apparteneva alla famiglia: Giovanni Pietro Brumino era lo sposo in seconde nozze di una nonna del futuro architetto, e lo stesso padre era spesso soprannominato «Brumino», forse in ragione del suo legame con la famiglia viscontea.
Il soprannome di Borromini potrebbe avere una diversa origine nel senso che fosse « ispirato alla grande devozione che lui, lombardo, portò al più grande dei santi lombardi del suo tempo, Carlo Borromeo.» Seguendo l'iter proprio delle maestranze lapicide provenienti dalla regione del lago di Lugano, Borromini a soli nove anni venne inviato dal padre a fare apprendistato a Milano, ove giunse nel 1608. Nella città ambrosiana il giovane Francesco apprese da Andrea Biffi «l'arte di intagliatore in pietra», per usare le parole del biografo Filippo Baldinucci; fu in qualità di intagliatore di marmi, inoltre, che lavorò presso numerosi cantieri milanesi, fra cui quello monstre del duomo di Milano. Grazie al mestiere seppur umile di scalpellino Borromini ebbe modo di affinare la mano all'uso dello scalpello e maturare sicure capacità tecniche; l'esperienza alla Fabbrica del Duomo di Milano, inoltre, ebbe un'influenza duratura sulle future realizzazioni architettoniche del futuro architetto.

L'arrivo a Roma e i primi lavori
Leone Garove
«Chi segue altri non gli va mai inanzi. Ed io al certo non mi sarei posto a questa professione col fine d'esser solo copista»
— Francesco Borromini
Borromini, sentendosi ormai oppresso tra le maestranze milanesi, ben presto decise di recarsi a Roma, dove giunse alla maniera dei pellegrini; trovando asilo nei conventi, percorse l'intero tragitto a piedi facendo tappa a Ravenna, così da ammirare la basilica di San Vitale, e nella contrada toscana di Montesiepi, dove visitò l'abbazia di San Galgano.

Arrivato nell'Urbe nel 1619, Borromini fu ospite e collaboratore di un parente prossimo per via materna, Leone Garove, residente al vicolo dell'Agnello (l'odierno vicolo Orbitelli), presso la parrocchia di San Giovanni dei Fiorentini. Garove, già attivo come capomastro scalpellino a Milano, allora godeva in città di una distinta notorietà, accresciutasi in seguito alla parentela con l'illustre architetto Carlo Maderno, acquisita sposando nel 1610 la nipote Cecilia. L'apprendistato presso il Garove, tuttavia, fu di breve durata, allorché quest'ultimo morì accidentalmente il 12 agosto 1620, precipitando dalle impalcature della basilica di San Pietro.
Di seguito è riportato il suo atto di morte, steso dalla parrocchia di San Giovanni dei Fiorentini:

La collaborazione con Maderno e Bernini
Dopo aver terminato così bruscamente il suo primo tirocinio, Borromini iniziò a collaborare con Carlo Maderno, conosciuto proprio grazie all'intercessione del Gravo. Il Maderno, uno dei maggiori architetti nella Roma di Paolo V Borghese, non poté fare a meno di ammirare l'instancabilità di questo giovane bissonese (conterraneo nonché lontano parente) e la padronanza tecnica con la quale realizzava i suoi disegni architettonici. Fu presso la residenza di Maderno, infatti, che Borromini istituì insieme ad altri due capomastri scalpellini provenienti dalla diocesi di Como una società di arte del marmo, rilevando per 155 franchi i beni dello zio appena defunto. Non rimane alcuna documentazione di una qualsivoglia attività di questa società, ma sappiamo che fu di vitale importanza per il Borromini, che da «maestro» divenne in questo modo «capomastro».

Tra i diversi episodi della fase maderniana, in ogni caso, si ricordano il cantiere di Sant'Andrea della Valle, l'erezione della cappella del Sacramento in San Paolo e la fabbrica di palazzo Barberini, dove lavorò anche al fianco di Gian Lorenzo Bernini, artista di un solo anno più anziano ma già celebre; qui Borromini realizzò lo scalone elicoidale, le porte del salone e alcune finestre.

Alla morte del Maderno, nel 1629, Borromini proseguì la propria carriera da architetto al fianco del Bernini, che nel frattempo aveva assunto la direzione della fabbrica di San Pietro in Vaticano. L'iniziale concordia tra Bernini e Borromini mutò in un rapporto estremamente difficile e conflittuale; l'accesa rivalità tra i due, spesso sfociata nella leggenda, era dovuta da una parte alle notevoli divergenze caratteriali, e dall'altra al ruolo prioritario assunto dal Bernini, anche sotto il profilo retributivo.

Dal punto di vista artistico, tuttavia, la collaborazione con Bernini fu assai fruttuosa: da questo sodalizio nacque infatti il baldacchino di San Pietro, dove la partecipazione borrominiana è evidente nel coronamento dell'aereo ciborio con volute a dorso di delfino.

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