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FONDAZIONE ALESSANDRO RIGI LUPERTI

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Facile è stato fare la mia collezione: è bastato aprire vecchi armadi, staccare un po' di  ritratti dal muro di qualche ambiente poco vissuto, frugare fra le carte di famiglia ed i vecchi documenti e andare in banca a tirar fuori dal caveau quel grosso cofano che non viene mai aperto poiché contiene quei gioielli così detti “importabili” in quanto inadatti alla vita ed al gusto di oggi. Le antiche Pianete e le altre vesti sacre o semplicemente ecclesiali, da quando non avendo più il palazzo non c'è neppure la Cappella, da anni giacevano chiuse in un baule. E' bastato poi metter le mani e la testa in quell'affascinante, confuso ammasso di ricordi e di notizie, di verità comprovate e di leggende, di ombre e di luci, di valori e di vergogne, di prove certe e deduzioni logiche; a quel cumulo di oggetti, tesori e paccottiglia, che talvolta ciò illustra e sovente invece accompagna senza plausibile significato; a tutto quanto, in una parola, generazioni e generazioni di uomini possono portarsi dietro tramandandolo di padre in figlio, lasciandolo il più delle volte ammucchiato alla rinfusa, infine cercare di riunire tutto ciò e di riproporlo nella sua giusta luce, di restituire ad ogni fatto ad ogni oggetto un suo vero senso ed il posto che gli spettava. In fondo è stato facile fare tutto ciò ed anche nella certezza di aver compiuto inesattezze ed errori, pur riesco a sentirmi soddisfatto.

Molto, devo riconoscerlo, mi hanno aiutato le cose da me “resuscitate”, specie quelle inutili ma un tempo stimate indispensabili. Tutta questa “roba” ormai abbandonata, smembrata e dispersa, una volta riunita, si è ritrovata, riconosciuta, direi quasi coalizzata, riportando alla luce un mondo che è stato vero e credibile, anzi, necessario. Quella che ne è venuta fuori più che una collezione è risultata una raccolta di cose di famiglia e questo mi inorgoglisce. Nessun oggetto è stato comprato o altrove acquisito: tutto era già a portata di mano, è bastato solo metterlo un po' a posto e, in certi casi, come quello delle antiche vesti, appena rinfrescarlo. Questi antichi, pieni di fascino, abiti senza tempo ché fatti per essere usati in un'epoca, per un misterioso destino, hanno avuto la loro vita in un altro. La storia è interessante e voglio raccontarvela.
Nella prima metà dell'ottocento la contessa Clorinda Rigi Luperti, mia bisavola, giovane donna di carattere esuberante ed estroverso, rinvenne, ben riposti dentro delle casse, in uno stanzino di un suo castello celato da una grande libreria, degli abiti di foggia seicentesca, ancora nuovi, come mai indossati. Amante delle feste e dei balli, ebbe subito l'idea di utilizzare questo suo intrigante ritrovamento organizzando una sontuosa festa in costume. Da allora questi abiti sono entrati a far parte del guardaroba familiare ed usati, più e più volte, talvolta adattandoli, anche dalle generazioni successive, nelle giuste occasioni, fino a me, i miei nipoti e i loro figli. Ora dopo quasi due secoli di servizio, su immobili manichini godono di un meritato riposo nella mia collezione e con loro anche i fastosi abiti ottomani con i loro antichi gioielli che sempre la mia bisavola Clorinda era andata a comprare fino in Macedonia per far ben figurare il suo carro al Corso di Carnevale che l'Ambasciata di Francia aveva organizzato, nella Roma papale dei primi decenni dell'ottocento, a soggetto “L'Impero del Gran Turco” . A lei era stato affidato il ruolo della Sultana Bianca. Volentieri lo aveva accettato ma si era rifiutata di indossare “quelle ridicole bardature di teletta” che i pensionanti  della Accademia di Francia avevano preparato

 
 
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